“La mente in Bicicletta” – Tu chiamale se vuoi… emozioni

Pubblicato 17 Aprile 2015 | Notizie varie

«Mi sentivo tranquilla, ho aspettato il momento giusto per scattare e si è rivelata la mossa vincente» – «Avevo paura che la mia avversaria mi anticipasse, sono uscita troppo presto e ho pagato l’errore». Potrebbero essere stralci di due interviste sullo stesso sprint: una alla vincitrice, l’altra a una ciclista arrivata nella top ten che si è mossa troppo presto. Tranquillità e paura, due facce dello stesso momento; ma altre potrebbero parlare di rabbia, felicità, ansia, speranza, gelosia, sollievo, senso di colpa, gratitudine… emozioni, tanto varie quanto intense, sempre presenti nella testa e nelle gambe di qualsiasi corridore, di qualsiasi persona.

Approfondire il tema delle emozioni è sempre difficile, perché sono esperienze già di per sé molto complesse. Si tratta di reazioni ad un evento reale o immaginato, che implicano cambiamenti a livello fisiologico, spesso accompagnati da impulsi ad agire, e generalmente sono influenzate da esperienze personali. Oltre a ciò, le emozioni sono caratterizzate da un’intensità elevata, si manifestano in pochissimo tempo e possono modificarsi nel giro di pochi secondi.

Eppure, è proprio il fatto di essere esperienze così intense e mutevoli che rende le emozioni così influenti sulla nostra vita e quindi sulla prestazione sportiva. Quest’ultima ne risente innanzitutto perché, come abbiamo detto, un’emozione comporta modifiche anche a livello fisico. Pensiamo a un’occasione in cui eravamo particolarmente arrabbiati: riflettendoci bene, i nostri muscoli erano tesi, magari ci sudavano le mani, ci si è chiuso lo stomaco, ci sentivamo accaldati e con la faccia rossa. Non solo la rabbia, ma tutte le emozioni suscitano in noi reazioni fisiche più o meno evidenti e quando si deve fare una gara questo può essere uno svantaggio, perché il fisico viene alterato da quello che pensiamo e quello che proviamo, mentre a volte questo può trasformarsi in un vantaggio. Lo sa bene chi lavora da anni nel mondo dello sport e ha visto in prima persona quanto il risultato di una performance cambi in base a quello che prova l’atleta.

Le emozioni non sono a priori positive o negative, né sono dannose o favorevoli per la prestazione. Piuttosto, si possono dividere in: piacevoli/spiacevoli e facilitanti/inibenti. Questo perché le emozioni sono in realtà delle “etichette” che ognuno dà alle proprie sensazioni psicofisiche in base a come le interpreta. Una stessa emozione (piacevole o meno) può essere utile alla prestazione di un’atleta, mentre per un’altra può essere dannosa. Per esempio, prima del Giro delle Fiandre, Elizabeth Armitstead ha affermato che sentirsi sotto pressione la aiuta a correre al meglio. “Sentirsi sotto pressione” viene generalmente classificata come una sensazione spiacevole, ma il corridore in questione la interpreta comunque come una cosa positiva, perché ritiene che possa facilitare la sua performance. Molti atleti, invece, percepiscono come limitante per la prestazione sentirsi tranquilli e rilassati prima della gara, pur descrivendola come una sensazione piacevole. Quello che conta quindi, non è tanto se l’emozione è gradevole o sgradevole, quanto come viene interpretata rispetto alla buona riuscita della prestazione. Ovviamente l’obiettivo è di spostare l’ago della bilancia verso emozioni che facilitino la performance.

Spostare questo “ago” non è per nulla semplice, perché le emozioni di un’atleta non riguardano solo la sfera sportiva, ma anche quelle personale e sociale. Inoltre serve un lavoro preliminare con la persona perché acquisisca maggiore consapevolezza di quello che prova a livello mentale e fisico in diverse situazioni: allenamento, gara, riposo. Solo allora si potrà cercare di capire come l’atleta interpreta le proprie sensazioni, quali etichette usa per classificarle e perché usa proprio quell’etichetta e non un’altra; questo sarà poi il punto di partenza per cominciare ad utilizzare le emozioni a proprio vantaggio per migliorare la prestazione (sempre tenendo conto che stiamo parlando di persone e non di robot con il tasto on/off).

Imparare a gestire le proprie emozioni è uno dei lavori più difficili per un’atleta, ma è anche uno degli strumenti più importanti per poter arrivare a controllare le proprie reazioni durante la gara. Talvolta questo viaggio lungo e complesso può portare a perdersi, ma con l’aiuto di professionisti competenti può trasformarsi in un’avventura… emozionante.

Nathalie Novembrini – Psicologa dello Sport
Web: www.smarthletes.com
E-mail: nathalie.novembrini@gmail.com

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